Riforma della chiesa ortodossa russa promossa dal patriarca Nikon (1653). Scisma ed emigrazione degli Old Believers. Diffusione di nuove sette. Conquista del Caucaso del Nord (1820s). Fallimento della cospirazione Decembrista (1825). Costruzione delle prime ferrovie (1830s). La Russia non riesce a respingere le incursioni francesi e britanniche in Crimea (1854-1856). Repressione della rivolta musulmana nel Caucaso del Nord (1859). Formazione dei primi gruppi di opposizione politica (1860s). Editto di Emancipazione dei contadini ad opera di Alessandro II (1861). Assegnazione di una percentuale di terre ai contadini. Malcontento rurale. Riforme politiche a livello locale (zemstva, consigli elettivi), riforme giudiziarie (tribunali locali), riduzione della durata del servizio militare. Rivolta polacca (1863) e dura repressione. I narodniki, populisti, fondano il partito Terra e Libertà (1876). Vittoria sui turchi (1877-1878). L’imperatore Alessandro II assassinato dai terroristi del gruppo Volontà del Popolo, emenazione del partito Terra e Libertà (1881). Marxisti e liberali si organizzano (1890s). Antagonismo studentesco al regime. Nascono nuovi giornali, all’estrema destra e all’estrema sinistra. Rapida industrializzazione (1880s-1890s). Sergei Witte, ministro delle finanze. Carestia nella regione del Volga (1891-1892). Patto russo-francese sulla sicurezza (1893), esteso successivamente alla Gran Bretagna (1907).
1900-1914.
Nasce un movimento sindacale illegale (1890s), ma gli scioperi sono rari. Il governo legalizza sindacati locali. Commercio russo-tedesco, nonostante la rivalità politica. Cinquantamila chilometri di ferrovie (1914), compresa la Transiberiana. Sviluppo industria armamenti, metallurgica e sfruttamento risorse naturali. I giacimenti di petrolio di Baku. Incremento dei beni di consumo. Crescita della produzione agricola (1880s-1913). Russia primo paese esportatore di grano. Espansione e diversificazione delle coltivazioni nelle regioni baltiche e in Asia Centrale. La comune agricola come principale istituzione rurale. Tuttavia persistono differenze fra i contadini (kulaki e braccianti). Emigrazione in città. Creazione di una classe urbana di lavoratori (11 milioni di persone nel 1913). Classi medie impiegate nel settore pubblico, nelle banche, nelle industrie. Le città si trasformano. Le associazioni professionali sottoposte a costante sorveglianza. I lavoratori stagionali (khodoki). Ricorso massivo al lavoro manuale. Lavoratori esclusi dal resto della società. Condizioni di vita precarie. Rafforzamento del legame con i villaggi da cui provenivano. Mantenimento delle tradizioni e delle credenze contadine. Società russa profondamente divisa fra classi dirigenti e popolo. Stili di vita radicati a livello locale, non esiste un sentimento identitario russo. Popolazione e governo dalla stessa parte solo in occasione di crisi nazionali: invasione napoleonica (1812) e guerra russo-turca (1877-1878). La chiesa subordinata allo stato. Campagna della chiesa ortodossa contro le sette. L’intelligentsia riconosce i limiti dello zarismo ma non propone una visione alternativa. La ricerca dell’identità russa e il rifiuto del nazionalismo. Nascita di organizzazioni monarchiche (1905) a sostegno dell’etnia russa. Episodi di antisemitismo. Ma i russi sono solo il 44 per cento della popolazione ad inizio secolo. La Russia è un impero multinazionale in cui la fedeltà allo zar è garantita dalle diverse etnie. Diffidenza di Nicola II nei confronti dei movimenti nazionalisti russi. Le chiese locali lamentano interferenze e diventano centri di potenziale malcontento. Anche Nicola II accusa gli ebrei di intenzioni sovversive.
La Russia dichiara guerra al Giappone (1904). Esercito russo sconfitto a Mukden e flotta baltica annichilita a Tsushima (1905). L’Austria-Ungheria annette la Bosnia-Erzegovina ma la Russia (in quel momento alleata della Francia) non interviene (1908). La stampa critica la decisione come una sconfitta diplomatica. Bulgaria, Serbia e Grecia dichiarano guerra all’Impero ottomano (1912). La Russia, di nuovo, non appoggia i serbi, e la solidarietà slava si incrina. Seconda guerra balcanica, questa volta tra Serbia e Bulgaria (1913). La Serbia annette parti della Macedonia interferendo con gli interessi austriaci. Per estensione le relazioni fra Austria-Ungheria e Russia si fanno più tese.
Dimostrazione pacifica a San Pietroburgo repressa nel sangue (9 gennaio 1905): la Domenica di Sangue. Scioperi e proteste nell’Impero. Polonia e Georgia ingovernabili. La stampa critica le autorità. Le sconfitte belliche mettono in discussione l’immagine di invincibilità dell’Impero. Partiti politici emergono dalla clandestinità: Partito socialdemocratico (1899) e Partito dei socialisti rivoluzionari. Fazioni interne ai socialdemocratici: i bolscevichi sono l’ala maggioritaria, Lenin il loro leader. Lenin scrive il Che fare? (1902), crea divisione nel secondo congresso del partito (1903) e delinea i concetti di rivoluzione e dittatura del proletariato, anticipando l’uso del terrore (1905). I menscevichi denunciano le idee leniniste.Il Partito dei socialisti rivoluzionari esalta il ruolo dei contadini come classe rivoluzionaria. I Liberali si organizzano nel Partito costituzionale-democratico (ottobre 1905) e si adattano al clima imperante appoggiando la riforma agraria. Ammutinamento della corazzata Potemkin. Disordini nei distretti rurali (estate 1905). I marxisti di San Pietroburgo fondano un Soviet dei rappresentanti dei lavoratori (settembre 1905). Lo zar emana il Manifesto d’Ottobre, primo documento sulle libertà civili e l’elezione di una Duma (1905). Liberali e classi medie assumono atteggiamento più conciliante. Nicola II può reprimere le rivolte. I leader del Soviet di San Pietroburgo vengono arrestati, tra loro Trotski. Sollevazione armata del Soviet di Mosca (dicembre 1905). L’imperatore pubblica la Legge Fondamentale e dispone elezioni per la Duma. Ma mantiene facoltà di scioglimento del parlamento e poteri di emergenza. Anche i cadetti del Patito costituzionale-democratico si oppongono. La prima Duma si riunisce (aprile 1906). I rappresentanti dei contadini chiedono il trasferimento delle terre della nobiltà. Nicola II scioglie il parlamento. Il Partito costituzionale-democratico minaccia uno sciopero fiscale e si ritira a Vyborg (Finlandia). Lo zar concede un’altra tornata di elezioni. La seconda Duma si riunisce (marzo 1907). Resta un’assemblea radicale. Nicola II affida a Stolypin (conservatore riformista) l’incarico di formare un governo e di riscrivere le regole elettorali. Stolypin promuove la privatizzazione delle terre e lo scioglimento delle comuni agricole. Opposizione nella seconda Duma. Uso dei poteri di emergenza. Ma nel 1916 solo un decimo delle terre sarà de-comunizzato. Stolypin cerca la collaborazione del Partito Ottobrista e spinge per una maggior partecipazione dei contadini nei consigli rurali (zemstva). Favorevole ad un processo di russificazione, nelle amministrazioni pubbliche e nell’istruzione. Stolypin perde la fiducia di Nicola II. E’ assassinato da un socialista-rivoluzionario a Kiev (settembre 1911). Voci su un coinvolgimento dell’Okhrana (polizia politica zarista). L’Okhrana infiltra le organizzazioni rivoluzionarie e le neutralizza (1907). I conflitti si fanno più sporadici. La polizia spara sui minatori a Lena, in Siberia (aprile 1912). Proteste per i salari e la libertà politica a San Pietroburgo (giugno 1914). Legge marziale e rafforzamento dello stato di polizia, rifiuto della costituzionalizzazione del suo potere da parte di Nicola II. Alienazione delle classi medie.Terza Duma (favorevole al sovrano).
1914-1917.
Assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando per mano del serbo Gavrilo Princip (28 giugno 1914). La Russia si schiera apertamente con la Serbia e la Germania con l’Austria-Ungheria. La Germania dichiara guerra a Russia e Francia, che ricevono l’appoggio attivo britannico. Lo zar negozia con gli alleati l’incorporazione dello Stretto dei Dardanelli all’Impero una volta sconfitti gli imperi centrali (1915). Assassinio di Rasputin ad opera del principe Yusupov, un monarchico disilluso (1916). Le risorse agricole e industriali vengono dirottate verso l’esercito. Si stampa moneta per rimediare ai buchi di bilancio.
Fonti: Robert Service, A History of Modern Russia (2003).

Non tragga in inganno il titolo: vorrei tanto essere ottimista sull’evoluzione degli eventi in Egitto, dopo la rivolta popolare che ha disarcionato Mubarak. In fondo una rivoluzione democratica nel cuore del mondo arabo (se non geograficamente, almeno concettualmente) è quello che molti auspicavamo, fin dall’inizio della seconda guerra del Golfo, nel 2003. Oltretutto il precedente tunisino – ancora in divenire – lasciava ben sperare che quella egiziana fosse la seconda tappa di un percorso di riscatto totalmente autoctono, dopo le guerre di liberazione eterodirette in Iraq e Afghanistan. E in parte lo è stata, se si considera che quel che è successo nei 18 giorni di Piazza Tahrir difficilmente potrà essere cancellato dalla coscienza collettiva di un popolo che, per la prima volta, ha rivendicato in massa la propria dignità ottenendo certamente un risultato significativo. Sono invece gli esiti di questa rivolta che lasciano spazio a più di un dubbio e che consigliano cautela prima di parlare di democrazia, un termine utilizzato troppe volte e con troppo anticipo dai commentatori occidentali durante la protesta, spesso servendosi di accostamenti storici del tutto fuori luogo (uno su tutti quello con l’89). Non è tanto la pur comprensibile preoccupazione per il ruolo e le intenzioni dei Fratelli Musulmani ad imporre prudenza, quanto la sensazione di golpe morbido che lascia la piazza, una volta svuotata e ripulita. Che l’esercito abbia preso il potere dopo aver giocato abilmente di sponda tra Mubarak e i manifestanti è forse l’unica certezza che in questo momento si può ricavare dalla situazione egiziana. Una giunta militare di transizione, provvisoria, incaricata di gestire il passaggio ad un sistema parlamentare: questi sono i messaggi che arrivano da Il Cairo, gli unici in grado di placare la popolazione. E forse fra sei mesi celebreremo davvero l’alba democratica del nuovo Egitto. Ma intanto i primi provvedimenti dei nuovi responsabili dell’ordine pubblico sono stati sciogliere il parlamento (la cui composizione era peraltro fortemente inficiata dai brogli del regime) e sospendere la costituzione, in quella che sembra una continuazione seppur sotto forme diverse dello stato d’emergenza imposto nel 1967 e costantemente rinnovato a partire dal 1981. Per me la chiave di interpretazione di quel che è stato (e probabilmente di quel che sarà) sta in due articoli pubblicati nei giorni scorsi dalla rivista Foreign Affairs. Nel primo, a firma di Joshua Stacher, scritto prima che Mubarak abdicasse ma ancora valido nelle conclusioni, si nota come il regime sia stato abile a incanalare la protesta attraverso uno sdoppiamento tattico della propria immagine: da una parte generando violenza contro i manifestanti e dall’altra accreditandosi, attraverso l’esercito, come garante della loro sicurezza. Una sorta di trappola che non poteva che condurre ad una istituzionalizzazione del ruolo delle forze armate, come unica entità credibile del dopo-Mubarak. In quest’ottica il potere costituito, messo in discussione dalla piazza, ha lasciato spazio ad una forma più sofisticata e vendibile di autoritarismo, incarnato dai generali. Nel secondo, di Ellis Goldberg, ci si sofferma sulle reali possibilità di una transizione democratica gestita dai militari, analizzando gli interessi e le influenze dell’esercito in ambito politico ed economico ed i potenziali vantaggi/svantaggi che le forze armate trarrebbero da una repubblica parlamentare. In entrambi i casi la conclusione non invita all’ottimismo: più che a una reale svolta democratica, l’analisi della storia e dell’attualità egiziane farebbe pensare ad un nuovo modello autoritario destinato ad assicurare la continuità di quella struttura di potere che la rivoluzione pretenderebbe di aver cancellato una volta per tutte. Un mubarakismo senza Mubarak, appunto. La situazione è fluida e il finale di questa vicenda resta tutto da scrivere. Conviene però tenere gli occhi ben aperti e non cantare vittoria prima del tempo: l’Egitto non ha tradizioni democratiche da cui ripartire e i gattopardi sono sempre in agguato.
(14 febbraio 2011)

Lungo ed appassionante articolo di Anne Applebaum sull’argomento che conosce meglio, i totalitarismi del XX secolo. In realtà si tratta di una recensione di due libri usciti di recente, Bloodlands: Europe between Hitler and Stalin di Timothy Snyder e Stalin’s Genocides di Norman M. Naimark. Premetto che io non ho ancora letto nessuno dei due saggi ma l’analisi della Applebaum merita di essere considerata a parte per la quantità di spunti che offre. Non ne farò un riassunto (consiglio la stesura integrale) ma mi limiterò a commentarne alcuni passaggi significativi, a partire dalla citazione iniziale di Czeslaw Milosz, uno dei miei eroi intellettuali, autore tra l’altro dell’imprescindibile The Captive Mind, sugli effetti della morsa totalitaria all’interno delle società che l’hanno sperimentata. Un breve inciso: il capitolo IX del testo citato riguarda l’annessione dei Paesi Baltici all’Unione Sovietica e resta, a mio avviso, una delle più potenti denunce dell’ideologia comunista mai scritte. Milosz riesce a rendere perfettamente l’atmosfera di cupezza e disperazione che le popolazioni di Estonia, Lettonia e Lituania furono costrette a vivere nel corso di quel drammatico salto all’indietro nel tempo imposto da Mosca. E’ una lettura obbligata per chiunque sia interessato a questi argomenti, che difficilmente vi lascerà indifferenti.
Di Milosz la Applebaum sceglie alcuni pensieri dedicati al degrado dei sentimenti umani in tempo di guerra, quando tutto attorno si fa tetro e l’abitudine alla morte prende il sopravvento:
Mass violence, he explained, could shatter a man’s sense of natural justice. In normal times “had he stumbled upon a corpse on the street, he would have called the police. A crowd would have gathered, and much talk and comment would have ensued. Now he knows he must avoid the dark body lying in the gutter, and refrain from asking unnecessary questions…”.
La banalità del male, la perdita dell’innocenza, di qualsiasi dimensione sociale, il rifugiarsi dentro se stessi, creandosi un mondo chiuso nel quale non poter essere attaccati. Ed è vero, come sostiene Milosz, che generalmente all’uomo occidentale manca la capacità non solo di comprendere ma perfino di immaginare simili tragedie (parliamo in particolare dell’americano, che le ha vissute – almeno fino all’11 settembre – solo da lontano o in maniera mediata, ma anche dei cittadini di quegli stati dell’Europa occidentale che non sono stati teatro di massacri di grandi proporzioni). E’ anche vero però che nella nostra epoca, fatte salve tutte le differenze del caso, un simile sentimento di estraneità alla realtà che ci circonda è comunque riscontrabile nei comportamenti quotidiani di molti di noi. Come spiegare altrimenti la freddezza con cui si osserva una madre ricevere in diretta televisiva la notizia della morte della propria figlia, o la calcolata follia di chi massacra di botte un taxista per aver involontariamente investito un cane? Il paragone è azzardato, lo riconosco, probabilmente fuori luogo. Ma il parallelismo non riguarda tanto l’origine del male, che nel caso degli stermini del secolo scorso (con appendici nel presente) era frutto di ideologie assassine mentre nell’odierno panorama di ordinaria alienazione è addebitabile ad una serie di concause molto più sfuggenti. Riguarda piuttosto la nostra reazione di fronte al male, lo scudo di protezione che ci costruiamo perché il sangue non ci macchi il vestito, o l’anima, fino a non porci più nessuna domanda. Per spiegare meglio ciò che intendo, prendo a prestito questa brillante (anche se un po’ libera) interpretazione delle analogie-differenze tra la realtà descritta da Orwell in 1984 e quella rappresentata da Huxley in Brave New World. Si può dire che il passato totalitario e la guerra hanno il loro corrispettivo nella censura, nel controllo capillare e nell’indottrinamento delle menti raccontato in 1984, mentre la contemporaneità smarrita, la perdita del senso della realtà, il rifiuto di alcuni valori essenziali alla convivenza, l’indifferenza di fronte al male, rientrano nelle categorie dell’eccesso di stimoli (visioni, desideri, informazioni) e della superficialità dei messaggi che ci vengono veicolati continuamente. Allora, se Orwell aveva completamente ragione sul XX secolo, Huxley ha parzialmente ragione sul XXI: la banalità del male si manifesta in forme e proporzioni diverse, ma è un eterno ritorno e non ci abbandona. Da qui la necessità di non cedere di un millimetro nella difesa delle società democratiche in cui viviamo, sia dall’attacco delle nuove/vecchie ideologie sia dalle sirene dell’apatia e della rassegnazione. “Il pacifismo è oggettivamente pro-fascista”, scriveva sempre Orwell, e se il “lasciateci in pace” è un comprensibile anelito in tempi di distruzione, diventa un’intollerabile scusa per la passività e l’inazione nelle epoche di benessere.
Se avessimo sempre combattuto il male, tutto il male anziché solo una parte, forse avremmo risparmiato a noi stessi e soprattutto ad altri una lunga serie di incubi. Come quelli che tormentarono le notti degli abitanti di quelle terre di mezzo che da borderlands diventarono bloodlands, territori di frontiera intrisi del sangue di vittime innocenti. Proprio di questo si occupa il saggio di Snyder, dei popoli che dovettero subire la dominazione e le politiche di annientamento di entrambi i totalitarismi, quello nazista e quello comunista. Insomma di quelle anime perse che passarono due volte per il tritacarne dell’ideologia e che ne rimasero brutalmente schiacciate. Polonia, Ucraina, Bielorussia, Paesi Baltici appunto: qui rossi e neri si succedettero, si scontrarono, si spartirono il bottino, si alimentarono a vicenda. Qui Stalin e Hitler commisero gli stessi atroci crimini, sulle stesse popolazioni, in analoga misura, con metodi ed obiettivi praticamente identici. Qui l’artificiosa distinzione tra male assoluto e male necessario, mantenuta dai profeti dell’ipocrisia nei decenni successivi, perse fin da subito qualsiasi significato:
This region was also the site of most of the politically motivated killing in Europe—killing that began not in 1939 with the invasion of Poland, but in 1933, with the famine in Ukraine. Between 1933 and 1945, fourteen million people died there, not in combat but because someone made a deliberate decision to murder them.
Non a caso i nazisti potevano declinare le loro ambizioni sull’Ucraina dichiarando che il socialismo in un solo paese sarebbe stato rimpiazzato dal socialismo per la razza tedesca; non a caso sia Hitler che Stalin scatenarono una guerra senza quartiere contro le élites intellettuali, politiche e religiose di quei paesi; non a caso il trattamento dei prigionieri di guerra rispondeva su entrambi i fronti alle stesse logiche assassine, la morte per inedia e per abbandono nei rispettivi campi di detenzione (almeno nei primi anni di conflitto). Da qui la necessità di studiare le atrocità naziste e sovietiche come parte di una comune storia del terrore, perché è così che le vittime delle bloodlands le hanno vissute e patite, ma anche di capire come i due totalitarismi si alimentassero a vicenda:
Yet Snyder does not exactly compare the two systems either. His intention, rather, is to show that the two systems committed the same kinds of crimes at the same times and in the same places, that they aided and abetted one another, and above all that their interaction with one another led to more mass killing than either might have carried out alone.
Ma uno degli spunti di riflessione più originali viene dalla riconsiderazione che Snyder compie del ruolo dei campi di concentramento e dei prigionieri che vi furono rinchiusi. Contrariamente a quanto si è portati a pensare, la maggior parte delle vittime dei due regimi totalitari non trovò la morte nei lager e nei gulag ma fu il prodotto di politiche di sterminio portate a termine con modalità e tempistiche diverse, esecuzioni di massa, camere a gas, fucilazioni, decessi per fame indotti da politiche genocide. Sia nel caso tedesco che in quello sovietico i campi erano destinati allo sfruttamento di una enorme forza lavoro ridotta in schiavitù per alimentare le rispettive macchine da guerra (interne ed esterne). Certamente vi furono milioni di morti anche all’interno dei campi, per la durezza del lavoro e le precarie condizioni di vita, ma gli internati, a differenza di coloro che vennero giustiziati in numero ben maggiore al di fuori dei sistemi concentrazionari, servivano vivi. Quell’Arbeit macht frei non era solo un macabro ghigno rivolto a chi entrava ad Auschwitz o a Dachau ma conteneva un fondo di verità (il lavoro forzato): tanto è vero che, mentre abbiamo immagini di sopravvissuti ai lager e ai gulag, praticamente non vi sono testimonianze dirette degli stermini di massa avvenuti nelle foreste, nelle campagne, tra le montagne, al riparo da sguardi indiscreti. Perché è importante questa valutazione? Perché fa cadere la falsa dicotomia, alimentata da decenni di ipocrisia politicamente motivata, tra campi di sterminio (nazisti) e campi di lavoro (comunisti), tra un sistema concepito per uccidere ed un altro in cui la morte era solo una possibile conseguenza, quasi un fattore accidentale, anche se accettato o previsto. In realtà sia il lager che il gulag erano industrie di schiavi, luoghi in cui l’uomo veniva usato come bestia da lavoro e spremuto fino alle ultime conseguenze. Ma anche luoghi in cui, se in grado di lavorare al servizio dei propri carcerieri, un prigioniero aveva qualche possibilità di sopravvivenza. Sono questioni enormi, me ne rendo conto, che richiederebbero analisi molto più approfondite. Ma alcune linee guida si possono comunque tracciare.
La Applebaum si sofferma poi sul concetto di genocidio, partendo dai limiti della sua definizione, frutto di una decisione essenzialmente politica condizionata dagli equilibri scaturiti dalla conclusione della seconda guerra mondiale. L’opposizione dell’Unione Sovietica, una delle potenze uscite vittoriose dal conflitto (almeno formalmente), impedì che la definizione di genocidio adottata dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 includesse la distruzione intenzionale di gruppi politici, sociali ed economici. Soltanto i crimini commessi contro gruppi nazionali, etnici, razziali o religiosi rientrarono nel testo finale. I motivi sono ovvi dato che, se fosse andata diversamente, i sovietici avrebbero dovuto rispondere davanti alla comunità internazionale delle loro campagne omicide contro i nemici di classe e gli oppositori politici. Il vizio d’origine di questa definizione si sarebbe trascinato come un macigno nei decenni successivi, condizionando non solo il dibattito storiografico ma la stessa percezione dei massacri compiuti dai regimi totalitari da parte dell’opinione pubblica. Ancora oggi la nostra concezione della storia del XX secolo risulta distorta a causa del compromesso storico tra democrazie e stalinismo.
Un patto col diavolo di cui, ancor più tristemente, hanno fatto le spese per quasi cinquant’anni i popoli dell’Europa dell’Est che avevano già sofferto le atrocità delle anteriori occupazioni e della guerra. Alla liberazione di una parte del continente corrispose la consegna dell’altra metà alla dittatura comunista, un peso politico e morale difficilmente sostenibile per chiunque abbia combattuto in nome della democrazia:
As a result, we liberated one half of Europe at the cost of enslaving the other half for fifty years. We really did win the war against one genocidal dictator with the help of another. There was a happy end for us, but not for everybody. This does not make us bad—there were limitations, reasons, legitimate explanations for what happened. But it does make us less exceptional. And it does make World War II less exceptional, more morally ambiguous, and thus more similar to the wars that followed.
La coltre di silenzio calata sulle terre dell’Europa orientale per mezzo secolo non fu solo quella imposta da Mosca e dai gerarchi comunisti che per conto dell’Unione Sovietica reggevano le sorti dei rispettivi paesi, ma ebbe il suo corrispettivo anche nella pavida e spesso complice condiscendenza delle classi politiche e soprattutto delle élites culturali occidentali, ben liete queste ultime di farsi portavoce delle parole d’ordine dell’ideologia e di propagandare le virtù del socialismo reale. E’ un’onda lunga la cui portata non si è ancora esaurita.
Ma torniamo al genocidio, per concludere. Uno dei problemi fondamentali è che la sua definizione pone l’accento più sulla categoria delle vittime che non sulla responsabilità degli esecutori. E’ come se considerassimo omicidio solo l’uccisione di uomini con certe caratteristiche di età, peso e titoli accademici, lasciando il resto dei comuni mortali senza protezione giuridica. Un nome è solo un nome, si dirà. Ma non nelle corti di giustizia, dove la forma è sostanza, e nemmeno nella valutazione del crimine di massa da parte della collettività. Da qui la reticenza di politici, storici e società civile a qualificare come genocidi una serie di massacri la cui corrispondenza alla definizione ufficiale non fosse strettamente ed immediatamente attribuibile, come se per le vittime facesse qualche differenza, come se la gravità e la portata di un crimine di stato dipendessero non tanto dalle caratteristiche oggettive dell’atto (numero di morti, modalità di esecuzione, intenzionalità, conseguenze e così via) quanto da una decisione politica presa a tavolino in un preciso momento storico e dettata da esigenze di realpolitik. La Applebaum fa riferimento, tra gli altri, al classico caso del genocidio armeno, oggetto di controversie politico-diplomatiche mai del tutto risolte. Ma perfino uno storico dell’Unione Sovietica del calibro di Robert Service, nel suo A History of Modern Russia, evita di qualificare la carestia ucraina come genocidio sulla base del fatto che gli ucraini in quel momento non costituivano che il settanta per cento della popolazione del territorio colpito e che in senso stretto Stalin non avrebbe perseguito una politica di annientamento di un gruppo etnico in quanto tale. Naimark, al contrario, in Stalin’s Genocides assume che, anche in base all’attuale enunciato della Convenzione delle Nazioni Unite, i crimini del regime staliniano nei confronti della popolazione ucraina, dei kulak, e di altri gruppi etnici minoritari sarebbero atti di genocidio. Tutto ciò rende necessaria una ridefinizione del concetto o, meglio, un suo superamento. A mio avviso occorrerebbe parlare semplicemente di stermini di massa o, come suggerisce la Applebaum, di “assassini di massa compiuti per ragioni politiche”. Questa democratizzazione del termine, aumentandone il valore universale e superandone le limitazioni imposte da compromessi diplomaticiche nulla hanno a che vedere con la sofferenza delle vittime, consentirebbe anche di chiarire una volta per tutte un equivoco sul quale generazioni di studenti e di storici si sono costantemente incagliati: quello dell’unicità dell’Olocausto. Ragioni, di nuovo, prevalentemente ideologiche hanno suggerito a molti – e non parlo qui degli ebrei, i quali forse hanno diritto a considerare la loro situazione storica da un punto di vista non strettamente obiettivo – di mantenere Auschwitz in una categoria a parte, in un luogo della memoria collettiva separato dal resto, come se si trattasse di una parentesi avulsa dalla storia, di una tragedia non paragonabile ad altre esperienze analoghe. Io credo che nella pretesa unicità della Shoah si nasconda il rischio della rimozione di tutto quanto Shoah non sia. Ma non si può capire l’Olocausto senza inserirlo nella storia dei totalitarismi del XX secolo. Non si possono onorarne le vittime senza costruire giorno dopo giorno una coscienza antitotalitaria complessiva, integrale, assoluta. E’ proprio perché questa presa di coscienza collettiva non si è realizzata (e in molti casi non è nemmeno cominciata) che dopo quell’unicum ce ne sono stati molti altri. E non è finita. Se si avesse finalmente il coraggio di collocare Auschwitz dentro la storia – e il libro di Snyder certamente contribuisce all’evoluzione del dibattito – , si comincerebbe a colmare il divario che separa il ricordare dal non dimenticare per non ripetere. Non basta dire mai più. Bisogna crederci sempre e in qualunque luogo. Troppe vittime aspettano ancora che si renda loro omaggio, troppi campi della morte devono ancora ospitare il loro 27 gennaio, troppi carnefici sono stati perdonati dal sonno della memoria. Mai più.
(19 gennaio 2011)

Riflessioni su un passato che non passa, in risposta alle domande di Elena Guidieri.
I monaci buddisti erano considerati “intoccabili” nella cultura birmana. Poi la repressione del settembre 2007. Dunque neanche i religiosi sono più al sicuro d’ora in avanti? La disapprovazione della comunità internazionale di fronte agli eventi del 2007, ha cambiato o cambierà qualcosa nella politica della giunta?
Per la giunta non esistono intoccabili e il rapporto tra generali e religione è sempre stato del tutto strumentale. Alla base della religiosità di Than Shwe e dei principali esponenti dell’apparato militare non c’è un sincero rispetto né per il buddismo né per i monaci ma fondamentalmente solo un patto di convenienza alimentato dalla superstizione. Nel momento in cui la religione da strumento per l’esercizio del potere diventa ostacolo, la dittatura agisce di conseguenza. La repressione del 2007 è stata la punta dell’iceberg, ma le intimidazioni, le minacce, le violenze erano presenti anche prima e sono continuate dopo. Basta osservare l’elevato numero di monaci costretti all’esilio e il controllo capillare delle attività dei monasteri. Di fatto oggi in Birmania i religiosi sono stati definitivamente esclusi dalla sfera politica, basti pensare al divieto di prendere parte alle cosiddette “elezioni”.
La disapprovazione della comunità internazionale non ha mutato l’atteggiamento della giunta né in questo né in altri ambiti.I timidi segnali degli ultimi tempi sono solo cambiamenti di facciata, nulla di sostanziale e ancor meno nel rapporto tra governo e religiosi. Direi comunque che le condanne che provengono dall’estero sono quasi sempre generiche e poco articolate. Solo le sanzioni sono state uno strumento di pressione concreto anche se non sufficiente, soprattutto perché aggirate dagli stati asiatici con interessi in Birmania.
Com’è organizzato il potere nella casta dei generali? E’ una struttura a piramide? Quanta autonomia ha il leader dei generali?
Si tratta in effetti di una struttura piramidale, però fortemente sbilanciata a favore delle cariche al vertice. Al di sopra di tutti c’è il Comandante Supremo delle Forze Armate, che dall’inizio degli anni ’90 è il Generalissimo Than Shwe. Prima delle “elezioni” era anche capo dello stato, adesso formalmente questo ruolo apparterrà ad un funzionario in abiti civili ma, nei fatti, il potere reale continuerà ad essere esercitato dai militari. La sua autonomia è praticamente totale, nessuno finora ha mai osato mettere concretamente in discussione le sue decisioni. Il ruolo dei vice è estremamente sfumato e non è chiaro fino a che punto le loro posizioni influenzino la politica ufficiale. Lo scalino successivo è quello dei Comandanti in Capo dell’Esercito di Terra, della Marina e dell’Aviazione. Il primo coordina tra l’altro il servizio segreto (MAS) e l’Ufficio Operazioni Speciali (BSO), gli occhi e le braccia del potere. Dal BSO dipendono i Comandi Regionali, i cui vertici sono equiparati alle cariche esecutive della giunta.
Perché un regime autoritario come quello birmano vuole mettere in scena elezioni “democratiche”?
Quasi tutti i regimi autoritari hanno sempre cercato di creare una parvenza di legittimità del loro potere. E’ come se in fondo percepissero un deficit di consenso reale e cercassero di produrlo artificialmente. Nel caso specifico, al contrario di quanto successe nel 1990, nelle “elezioni” del 2010 i militari si sono assicurati che il controllo dello stato non sfuggisse loro di mano. La Costituzione, le leggi elettorali che escludevano la partecipazione dei principali esponenti dell’opposizione, la manipolazione del voto hanno contribuito a determinare un risultato già scritto da Than Shwe e dai suoi stretti collaboratori. Nessuno può essere ingannato da questa messinscena, a meno che non lo voglia.
Il regime birmano si basa sul potere militare, quindi sull’esercito. Molti sostengono che i soldati semplici vivano in condizioni di estrema indigenza. Cosa succederebbe se essi si ribellassero ai loro superiori? Sarebbe la fine del regime?
Credo che questo sia potenzialmente uno dei pericoli maggiori per la giunta militare. Una rivolta interna potrebbe portare al rovesciamento degli assetti attuali, anche se nessuno sa che cosa succederebbe dopo. Certamente non basterebbe un ammutinamento di qualche battaglione ma sarebbe necessaria una strategia concepita ed organizzata ad alto livello, tra i comandi superiori dell’esercito. In fondo è ipotizzabile che nemmeno tra i membri di maggior rango esista un’uniformità assoluta di vedute sul ruolo del Tatmadaw che, non dimentichiamolo, prima di diventare strumento di oppressione godeva di grande considerazione tra la popolazione birmana. Che questo possa condurre prima o poi ad una ribellione su larga scala resta da vedere. Io non sono in grado di prevederlo.
Il totalitarismo è solitamente una forma di potere provvisoria, che dovrebbe aprire la strada a nuovi orizzonti. In Birmania va avanti da decenni. Qual è il futuro del paese?
Contesto la premessa. Il totalitarismo, almeno nelle intenzioni dei suoi esecutori, non è affatto una forma di potere provvisoria, piuttosto il contrario. I regimi totalitari aspirano all’immortalità, tanto è vero che uno dei loro obiettivi fondamentali è la creazione dell’uomo nuovo, specchio dell’ideologia secondo la quale intendono plasmare la società. In questo senso, a mio avviso, quello birmano non è un regime etichettabile tout court come totalitario. Io lo definirei fortemente autoritario e violento, richiuso su se stesso ai limiti della paranoia, per molti versi xenofobo, ma a differenza dei sistemi totalitari classici manca un’elaborazione compiuta della sua ideologia, manca una dottrina coerente che ne alimenti la propaganda e ne fondamenti l’esistenza. Certamente altri tratti essenziali del totalitarismo sono presenti in maggior o minor misura, si pensi soprattutto al vasto sistema di spie e di controllo sociale che gli apparati di sicurezza esercitano. Ma il fatto che la dittatura militare vada avanti da quasi cinquant’anni si deve soprattutto alla forza dell’intimidazione e alla violenza diffusa, più che a un indottrinamento delle coscienze.
Detto questo, la realtà si incarica quasi sempre di fare giustizia, spesso con qualche aiuto esterno che in questo caso per la verità sembra non arrivare. I regimi totalitari o pseudo-tali crollano per le loro contraddizioni interne e soprattutto perché è impossibile sostenersi a lungo solo attraverso il terrore, l’uso della forza e della menzogna, senza un reale consenso. Succederà anche in Birmania ma il cambiamento non potrà in ogni caso arrivare dagli stessi che hanno creato questa situazione. E’ necessaria una qualche forma di rivoluzione democratica che vada a compimento. Nelle condizioni attuali sembra difficile che ciò accada ma la storia ci ha insegnato che a volte le svolte si producono in maniera quasi inaspettata, che vi sono momenti in cui basta una spinta ben data e i muri vengono giù.
C’è stato qualche segnale di cambiamento rilevante con le elezioni da poco svolte?
In gran parte ho già risposto. Aggiungo solo pochi concetti. E’ chiaro che adesso c’è un parlamento (per quanto formato ad immagine e somiglianza della casta militare), mentre prima non c’era; è chiaro che adesso qualche rappresentante delle forze non governative sarà presente nei palazzi della politica, mentre prima in nessun caso poteva far sentire la sua voce a livello istituzionale (né altrove). Se vogliamo considerare questi elementi come sviluppi positivi rispetto ad una situazione totalmente bloccata possiamo anche farlo. La realtà però è un’altra: tutto quel che è successo è stato accuratamente programmato dal regime per rivendicare una parvenza di legittimità democratica che i fatti smentiscono. Vale anche per il rilascio di Aung San Suu Kyi, non a caso avvenuto contemporaneamente all’annuncio della giunta di aver “vinto” le “elezioni”: una volta consolidato il potere con la farsa elettorale, una volta cambiata la divisa per il doppiopetto, i militari possono perfino permettersi un gesto di benevolenza nei confronti del loro “nemico” storico, il cui ruolo politico è ormai fortemente ridimensionato e in ogni caso dipendente dall’umore di chi comanda a Naypyidaw.
(30 novembre 2010)

Ho sognato di essere in prigione. Le pareti alte, marroni. Le panchine, verdi, una in fila all’altra, noi detenuti seduti in attesa di qualcosa di non meglio definito: forse il rancio, forse un controllo, forse una punizione. I miei peggiori incubi non riguardano la morte, ma la privazione della libertà, la vita dietro una graticola spessa, da cui non so come uscire. E’ in prigione che Liu Xiaobo ha ricevuto la notizia del premio Nobel che il comitato norvegese, in un impeto di lucidità, gli aveva assegnato qualche giorno prima. E’ stata la moglie a comunicargliela, poco prima di essere riaccompagnata a casa e posta agli arresti domiciliari: vedere nessuno, sentire nessuno, parlare con nessuno. Liu, reduce di Tiananmen, ispiratore e firmatario della Charta ’08, lo schiaffo liberale sul muso dell’autoritarismo cinese, in prigione dovrà starci 11 anni, se qualcuno non farà qualcosa prima. Pericoloso controrivoluzionario per il governo di Pechino, agitatore dell’ordine sociale, distruttore di quella società armoniosa che il regime pretende di vendere ai suoi sudditi e al mondo intero. Molti ci sono cascati, molti continueranno a cascarci, nonostante tutto. La reazione della dittatura è stata isterica, sorprendente nel suo squallore anche per chi poco si aspetta dai tecnocrati di Zhongnanhai: infamia, insulto, vergogna. Un “come osate” da far tremare le pareti della Città Proibita, che poi è la Cina tutta, nonostante l’inganno collettivo in cui è immersa. Si chiedeva qualche settimana fa Willy Lam su Foreign Policy se l’Impero di Mezzo avesse paura della sua gente. Il riferimento era alle proteste nazionaliste anti-giapponesi e alla possibilità che sfuggissero di mano. Ma la domanda potrebbe essere estesa all’intero rapporto fra governanti e governati in Cina e in ogni altra dittatura. In che misura i regimi autoritari temono le popolazioni che soggiogano? Credo che la risposta stia nel grado di minaccia, di violenza, di calunnia e di repressione che i sistemi illiberali esercitano con più o meno sistematicità sui loro cittadini. La paura che il tiranno pretende di suscitare è – non solo ma anche – il riflesso di un’insicurezza di fondo: è come se a qualche livello della loro pseudo-coscienza le dittature riconoscessero la loro illegittimità e si rendessero conto della loro precarietà. E’ significativo che una nazione apparentemente poderosa come la Cina tema a tal punto la pubblicazione di un documento che semplicemente rivendica il rispetto delle prerogative fondamentali dell’individuo (formalmente riconosciute anche nei documenti costituzionali del regime) da condannare a lunghe pene detentive uno dei suoi principali promotori e da tenere sotto costante sorveglianza i suoi firmatari. Ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi, parlando della censura su Internet o della persecuzione dei movimenti di opinione alternativi alla dottrina ufficiale del Partito. In genere le opinioni pubbliche democratiche (classi dirigenti o semplici cittadini) compiono due determinanti errori di valutazione nell’analisi dei regimi dittatoriali. Innanzitutto tendono a sopravvalutare il livello di consenso di cui i governi autoritari godono all’interno dei loro paesi: non c’è dubbio che un certo grado di tacita o espressa accettazione del loro ruolo sia presente tra la popolazione, altrimenti i meccanismi necessari alla continuità del potere non potrebbero funzionare. Ma ciò non significa che si possano applicare le categorie delle società democratiche ai sistemi illiberali, come invece si tende a fare. Il fatto che il cittadino non protesti o manifesti a favore non è un segnale di approvazione ma piuttosto la dimostrazione della misura in cui un potere illegittimo abbia la forza di imporsi. Il secondo errore riguarda la speranza di vita dei regimi: non sono servite svariate lezioni della storia a farci capire che un equilibrio fondato principalmente sulla repressione e sulla negazione delle libertà fondamentali è per sua natura estremamente instabile. Regimi che appaiono incrollabili la mattina, vengono sepolti dalle macerie la sera. Dittatori che chiamano a raccolta la popolazione per la battaglia decisiva contro il nemico, sono inghiottiti dalla loro stessa retorica poco tempo dopo, quasi senza accorgersene. Certo, non esiste una regola generale ma, proprio per il vizio di origine che caratterizza l’affermazione di un potere autoritario, ciò che sembra intoccabile ed eterno spesso si rivela soprendentemente fragile. E a volte basta una piccola spinta per far cadere il castello di carta.
(20 ottobre 2010)

E’ durato un lampo il Congresso del Partito dei Lavoratori a Pyongyang. Due giorni e tutti a casa, nello stesso ordine d’arrivo, delegato per delegato, in posa plastica per la foto ricordo. A proposito di foto, oggi ne è stata diffusa una che promette: secondo fonti sudcoreane quel ragazzo giovane che siede alla destra del padre, separato solo dal (suppongo) capo delle forze armate, sarebbe Kim Jong-un, che i pyongyangologi indicano come erede designato del Caro Leader, Kim Jong-il. Se a qualcosa è servito questo incontro, dopo decenni di mancate convocatorie, è proprio a dare visibilità al giovane rampollo dei Kim, le cui ultime immagini risalivano all’infanzia o alla pre-adolescenza. Una sorta di ballo delle debuttanti, senza musica e al maschile, una presentazione semi-ufficiale ai sudditi e all’opinione pubblica internazionale. Scrivo “semi” perché di ufficiale in verità non c’è molto: nessuno in Corea del Nord ha ancora annunciato che la terza generazione della famiglia regnante sulla naziona comunista sarà rappresentanta proprio da Kim Jong-un. Anche perché, teoricamente, la costituzione nordcoreana recita che il Leader lo sceglie il popolo e non importa che sia tutta una finzione. I rituali, per quanto vuoti, vanno rispettati. Ma, al di là delle forme, la sostanza sta negli equilibri di potere interni al regime, che la malattia di Kim Jong-il ha reso quanto mai instabili. Nessuna consacrazione quindi, solo segnali delle volontà successorie di un dittatore la cui parola sarà legge almeno fino alla sua morte. Dopo, si vedrà. Solo due giorni fa non si faceva nessuna menzione del terzogenito di Kim Jong-il nei documenti istituzionali o nei dispacci dell’agenzia di stampa statale. Poi, improvvisamente, la rivelazione: Kim Jong-un è stato promosso a generale dell’esercito (a quattro stelle), a vice-presidente della Commissione Militare Centrale (uno degli organi politici più rilevanti del paese) e a membro del Comitato Centrale del Partito. Come ti può cambiare la vita da un giorno all’altro. Significa che la sua strada verso il trono è ormai spianata? Non necessariamente. Avverte Barbara Demick, autrice del bellissimo Nothing to envy:
And something that I have been hearing in China — I’m based in Beijing — is that, even in North Korea, there are some rules for legitimacy. Within the party, one needs to establish credibility and presence. So, I wouldn’t say he’s the successor. I would say he’s daddy’s favorite.
A dire il vero il Caro Leader ha provveduto a blindare la scalata del figlio attribuendo ruoli militari di primo piano alla sorella Kim Kyong-hui e al cognato Jang Song-taek. Angeli custodi o guardiani della rivoluzione, che dir si voglia, sono la coppia più enigmatica nella mappa del potere in Corea del Nord. Un affare di famiglia, sembrerebbe. Ma nessuno può escludere che, in caso di una reggenza condivisa, i due possano rendersi protagonisti di iniziative individuali ai danni proprio di colui che sono stati chiamati a proteggere. Non sarebbe la prima volta nella storia delle dinastie regnanti, sebbene questa sia davvero peculiare. Chissà se Kim Jong-un si è reso conto della patata bollente che suo padre ha deciso di mettergli in mano. Con l’esercito come supremo garante della tenuta del sistema e la Cina come supporto esterno con chiara tendenza all’intromissione, il giovane Kim difficilmente potrà dormire sonni tranquilli da oggi in poi.
C’è tutto un mondo nelle foto pubblicate oggi dal quotidiano del Partito Rodong Sinmun e diffuse dal regime. Sono un salto nel tempo, uno spaccato di un’epoca che non esiste più, o meglio resiste solo a Pyongyang. Conviene osservarle bene queste immagini, tutte uguali: prima con una lente di ingrandimento, per guardare negli occhi il protagonista del giorno, la nuova icona della continuità del regime comunista; poi allontarsene guadualmente per scoprire il contesto nel quale sono state scattate, uno sguardo d’insieme sulla cupola di un regime genocida e armato.
Immagine ravvicinata. Dettaglio: Kim Jong-un a sinistra, il capo dell’esercito al centro, Kim Jong-il a destra. Dietro, una prima fila di dignitari. E’ la foto che stamattina ha “bucato” le prime pagine dei giornali online.

Immagine allargata. Dettaglio: dirigenti civili in abito scuro, compaiono sulla destra le élites militari in divisa, si vedono altre cariche dello stato (tra cui il presidente dell’Assemblea del Popolo) alla destra di Kim Jong-il. Sparse tra la folla, alcune presenze femminili. Al di sopra di tutti, il Presidente Eterno Kim Il-sung.

Immagine a distanza. Dettaglio: i funzionari civili si fondono con i comandi militari, l’effetto cromatico produce un’onda, l’unione simboleggia la compenetrazione fra esercito e Partito. In prima fila sulla destra, riconoscibile per la divisa da generale, la sorella di Kim Jong-il, Kim Kyong-hui.

Ma è questa la prospettiva più spettacolare. Ingrandimento stellare, gli apparatchik immortalati in tutta la loro solennità, li potete guardare negli occhi.
(30 settembre 2010)

Prima di andare a letto ogni tanto provo a leggere qualcosa. Stavolta si tratta di un divertente libro scritto da un antropologo forense americano. Lui si chiamava William R. Maples e la sua opera Dead men do tell tales, ovvero anche i morti hanno un sacco di cose da raccontare. Il Dr. Maples era uno specialista dell’analisi del corpo umano, una volta reso oggetto di contemplazione da una morte violenta, e conosceva tutto dello scheletro e dei suoi segreti. Sembra di vederlo mentre faceva parlare le ossa, ricostruendo da un dettaglio le circostanze spesso sordide di una vita il più delle volte spezzata dalla crudeltà o dalla follia altrui. Il Dr. Maples non nascondeva certo la pena che provava per le vittime, un sentimento che doveva però mantenere in sordina se non voleva esserne sopraffatto. Capiterebbe lo stesso ad ognuno di noi, spero. Ma non celava nemmeno il fascino che su di lui esercitavano alcune volte i loro carnefici. La domanda ricorrente era: cosa succede nel cervello di un serial killer, di un assassino di bambini, di un macellaio delle membra umane? Anni fa mi imbattei in un altro curioso testo, più o meno sullo stesso argomento: era Note di un anatomopatologo, di F. González Crussi, scienziato-scrittore anche lui. Di nuovo, la stessa passione nel descrivere ciò che per la maggior parte di noi sarebbe oggetto di repulsione: arti sezionati, crani scuoiati, organi interni esplosi. Eppure ne veniva fuori un quadro dai mille colori, si percepivano affetto e partecipazione sincera in quei racconti di una vita intera passata ad aprire cadaveri, a cercare di capire cosa c’era dietro l’apparente vacuità di un corpo inerme. Non so bene chi dicesse che il nemico bisognava amarlo un po’ per poterlo combattere. Paradossale ma vero. Anche quando i nemici sono Jack lo Squartatore o la violenza gratuita o l’idea criminale. Per combatterli non so, ma per capirli certamente bisogna farsi carico della loro esistenza, fino ad un certo grado di empatia, niente a che vedere con la giustificazione o la comprensione. Ricordo di aver provato un’emozione intensa mentre visitavo le stanze in cui aveva dormito Mao Tse-tung o le sale dove il Partito Comunista Cinese teneva le sue prime riunioni clandestine. Nemici dell’umanità. Di Robert Conquest qualcuno ha scritto che il suo lavoro di storico dell’Unione Sovietica era “odio ben documentato”. Ma sono sicuro che l’impagabile Conquest sarebbe più d’accordo con l’espressione che dà il titolo a questo post.
(27 settembre 2010)