Sono andato a letto presto

  

Io non so chi sono io.

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Alla Fiera dell’Est. I fiori bianchi del Montnegre. La terza gravidanza di Rosa. Quello piccolo che manca poco e sta in piedi. Ed è solo maggio.

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Non so, era domenica e c’era un bel sole. Passeggiavamo noi due, uno grande e uno piccolo, e trovammo un signore attaccato a un organo che suonava. Il signore era alto e aveva i capelli bianchi anche se non sembrava vecchio. Pareva un polacco, quello sì. Aveva una giacca blu e una camicia bianca e credo fosse perché per lui la musica bisognava essere eleganti per prenderla per mano. Il signore suonava ed era come se tutto attorno ci fosse una bolla di sapone e tutti quelli che passavano la osservavano a distanza di sicurezza, per non farla scoppiare. Vicino a lui si era seduto un uomo con un bastone e la lingua leggermente in fuori. Era solo stanco probabilmente, perché dopo un po’ se n’è andato. E allora io, vedendo quell’uomo stanco e con la lingua leggermente in fuori, ho pensato non so perché a mio zio Mario, di Pontestura, che è un paesino in provincia di Alessandria. Mio zio Mario, quando era vivo, aveva un tremolio al mento e spesso la lingua gli rimaneva fuori dai denti. Quindi in realtà lo so perché ho pensato a lui, per via della lingua. Mio padre mi ha raccontato tante volte una storia su mio zio Mario. Dice mio padre che, finita la guerra, la seconda guerra, mio zio camminò a piedi dalla Sicilia al Piemonte, per tornare a casa. Non accettava passaggi da nessuno perché aveva paura che lo riconoscessero e si vendicassero. A volte penso a quanto ci deve aver messo mio zio Mario per tornare a casa e a come la paura ci faccia fare cose strane. E mentre ero seduto lì ad ascoltare con quello piccolo quel signore elegante attaccato a un organo che suonava, immaginavo mio zio Mario che camminava sotto il sole, nei campi di grano mentre la gente passava e lo salutava e gli diceva vuoi un passaggio e lui rispondeva no grazie vado da solo, mi piace camminare. E mentre il signore che suonava, dopo ogni sinfonia, si stirava le braccia e le dita delle mani, come per accordarle, e si guardava intorno e poi riprendeva con un mezzo sorriso quel che aveva lasciato, io pensavo che strano che quella musica e il suonatore d’organo e quel signore col bastone e la lingua leggermente in fuori e mio zio Mario che percorreva tutta l’Italia per tornare a casa e noi due, uno grande e uno piccolo, e tutti gli altri che andavano e venivano, fossimo in un certo senso seduti tutti insieme nello stesso posto in quel momento. Adesso dire in che senso esattamente non lo so, è il senso del tempo e dello spazio che sono la stessa cosa, come scoprii una volta, dovevo avere dodici o tredici anni, quando mio cugino Roberto giocando a calcio nel cortile mi spiegò che le dimensioni non erano tre ma quattro e mi chiese qual era la quarta e io non lo sapevo. Ma poi ci pensai nei giorni successivi e ogni volta che lo vedevo mio cugino mi chiedeva allora la sai ‘sta quarta dimensione e io rispondevo non ancora e lui zitto. Poi un giorno gliela dissi, era il tempo. Ed ero contentissimo perché ci avevo pensato molto e nessuno mi aveva detto niente. Ci ero arrivato da solo, come mio zio Mario.

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Riflessioni su un passato che non passa, in risposta alle domande di Elena Guidieri.

I monaci buddisti erano considerati “intoccabili” nella cultura birmana. Poi la repressione del settembre 2007. Dunque neanche i religiosi sono più al sicuro d’ora in avanti? La disapprovazione della comunità internazionale di fronte agli eventi del 2007, ha cambiato o cambierà qualcosa nella politica della giunta?
Per la giunta non esistono intoccabili e il rapporto tra generali e religione è sempre stato del tutto strumentale. Alla base della religiosità di Than Shwe e dei principali esponenti dell’apparato militare non c’è un sincero rispetto né per il buddismo né per i monaci ma fondamentalmente solo un patto di convenienza alimentato dalla superstizione. Nel momento in cui la religione da strumento per l’esercizio del potere diventa ostacolo, la dittatura agisce di conseguenza. La repressione del 2007 è stata la punta dell’iceberg, ma le intimidazioni, le minacce, le violenze erano presenti anche prima e sono continuate dopo. Basta osservare l’elevato numero di monaci costretti all’esilio e il controllo capillare delle attività dei monasteri. Di fatto oggi in Birmania i religiosi sono stati definitivamente esclusi dalla sfera politica, basti pensare al divieto di prendere parte alle cosiddette “elezioni”.
La disapprovazione della comunità internazionale non ha mutato l’atteggiamento della giunta né in questo né in altri ambiti.I timidi segnali degli ultimi tempi sono solo cambiamenti di facciata, nulla di sostanziale e ancor meno nel rapporto tra governo e religiosi. Direi comunque che le condanne che provengono dall’estero sono quasi sempre generiche e poco articolate. Solo le sanzioni sono state uno strumento di pressione concreto anche se non sufficiente, soprattutto perché aggirate dagli stati asiatici con interessi in Birmania.

Com’è organizzato il potere nella casta dei generali? E’ una struttura a piramide? Quanta autonomia ha il leader dei generali?
Si tratta in effetti di una struttura piramidale, però fortemente sbilanciata a favore delle cariche al vertice. Al di sopra di tutti c’è il Comandante Supremo delle Forze Armate, che dall’inizio degli anni ’90 è il Generalissimo Than Shwe. Prima delle “elezioni” era anche capo dello stato, adesso formalmente questo ruolo apparterrà ad un funzionario in abiti civili ma, nei fatti, il potere reale continuerà ad essere esercitato dai militari. La sua autonomia è praticamente totale, nessuno finora ha mai osato mettere concretamente in discussione le sue decisioni. Il ruolo dei vice è estremamente sfumato e non è chiaro fino a che punto le loro posizioni influenzino la politica ufficiale. Lo scalino successivo è quello dei Comandanti in Capo dell’Esercito di Terra, della Marina e dell’Aviazione. Il primo coordina tra l’altro il servizio segreto (MAS) e l’Ufficio Operazioni Speciali (BSO), gli occhi e le braccia del potere. Dal BSO dipendono i Comandi Regionali, i cui vertici sono equiparati alle cariche esecutive della giunta.

Perché un regime autoritario come quello birmano vuole mettere in scena elezioni “democratiche”?
Quasi tutti i regimi autoritari hanno sempre cercato di creare una parvenza di legittimità del loro potere. E’ come se in fondo percepissero un deficit di consenso reale e cercassero di produrlo artificialmente. Nel caso specifico, al contrario di quanto successe nel 1990, nelle “elezioni” del 2010 i militari si sono assicurati che il controllo dello stato non sfuggisse loro di mano. La Costituzione, le leggi elettorali che escludevano la partecipazione dei principali esponenti dell’opposizione, la manipolazione del voto hanno contribuito a determinare un risultato già scritto da Than Shwe e dai suoi stretti collaboratori. Nessuno può essere ingannato da questa messinscena, a meno che non lo voglia.

Il regime birmano si basa sul potere militare, quindi sull’esercito. Molti sostengono che i soldati semplici vivano in condizioni di estrema indigenza. Cosa succederebbe se essi si ribellassero ai loro superiori? Sarebbe la fine del regime?
Credo che questo sia potenzialmente uno dei pericoli maggiori per la giunta militare. Una rivolta interna potrebbe portare al rovesciamento degli assetti attuali, anche se nessuno sa che cosa succederebbe dopo. Certamente non basterebbe un ammutinamento di qualche battaglione ma sarebbe necessaria una strategia concepita ed organizzata ad alto livello, tra i comandi superiori dell’esercito. In fondo è ipotizzabile che nemmeno tra i membri di maggior rango esista un’uniformità assoluta di vedute sul ruolo del Tatmadaw che, non dimentichiamolo, prima di diventare strumento di oppressione godeva di grande considerazione tra la popolazione birmana. Che questo possa condurre prima o poi ad una ribellione su larga scala resta da vedere. Io non sono in grado di prevederlo.

Il totalitarismo è solitamente una forma di potere provvisoria, che dovrebbe aprire la strada a nuovi orizzonti. In Birmania va avanti da decenni. Qual è il futuro del paese?
Contesto la premessa. Il totalitarismo, almeno nelle intenzioni dei suoi esecutori, non è affatto una forma di potere provvisoria, piuttosto il contrario. I regimi totalitari aspirano all’immortalità, tanto è vero che uno dei loro obiettivi fondamentali è la creazione dell’uomo nuovo, specchio dell’ideologia secondo la quale intendono plasmare la società. In questo senso, a mio avviso, quello birmano non è un regime etichettabile tout court come totalitario. Io lo definirei fortemente autoritario e violento, richiuso su se stesso ai limiti della paranoia, per molti versi xenofobo, ma a differenza dei sistemi totalitari classici manca un’elaborazione compiuta della sua ideologia, manca una dottrina coerente che ne alimenti la propaganda e ne fondamenti l’esistenza. Certamente altri tratti essenziali del totalitarismo sono presenti in maggior o minor misura, si pensi soprattutto al vasto sistema di spie e di controllo sociale che gli apparati di sicurezza esercitano. Ma il fatto che la dittatura militare vada avanti da quasi cinquant’anni si deve soprattutto alla forza dell’intimidazione e alla violenza diffusa, più che a un indottrinamento delle coscienze.
Detto questo, la realtà si incarica quasi sempre di fare giustizia, spesso con qualche aiuto esterno che in questo caso per la verità sembra non arrivare. I regimi totalitari o pseudo-tali crollano per le loro contraddizioni interne e soprattutto perché è impossibile sostenersi a lungo solo attraverso il terrore, l’uso della forza e della menzogna, senza un reale consenso. Succederà anche in Birmania ma il cambiamento non potrà in ogni caso arrivare dagli stessi che hanno creato questa situazione. E’ necessaria una qualche forma di rivoluzione democratica che vada a compimento. Nelle condizioni attuali sembra difficile che ciò accada ma la storia ci ha insegnato che a volte le svolte si producono in maniera quasi inaspettata, che vi sono momenti in cui basta una spinta ben data e i muri vengono giù.

C’è stato qualche segnale di cambiamento rilevante con le elezioni da poco svolte?
In gran parte ho già risposto. Aggiungo solo pochi concetti. E’ chiaro che adesso c’è un parlamento (per quanto formato ad immagine e somiglianza della casta militare), mentre prima non c’era; è chiaro che adesso qualche rappresentante delle forze non governative sarà presente nei palazzi della politica, mentre prima in nessun caso poteva far sentire la sua voce a livello istituzionale (né altrove). Se vogliamo considerare questi elementi come sviluppi positivi rispetto ad una situazione totalmente bloccata possiamo anche farlo. La realtà però è un’altra: tutto quel che è successo è stato accuratamente programmato dal regime per rivendicare una parvenza di legittimità democratica che i fatti smentiscono. Vale anche per il rilascio di Aung San Suu Kyi, non a caso avvenuto contemporaneamente all’annuncio della giunta di aver “vinto” le “elezioni”: una volta consolidato il potere con la farsa elettorale, una volta cambiata la divisa per il doppiopetto, i militari possono perfino permettersi un gesto di benevolenza nei confronti del loro “nemico” storico, il cui ruolo politico è ormai fortemente ridimensionato e in ogni caso dipendente dall’umore di chi comanda a Naypyidaw.

(30 novembre 2010)

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#Birmania  #dittatura  #elezioni  #religione  #totalitarismo  #aung san suu kyi 

Ho sognato di essere in prigione. Le pareti alte, marroni. Le panchine, verdi, una in fila all’altra, noi detenuti seduti in attesa di qualcosa di non meglio definito: forse il rancio, forse un controllo, forse una punizione. I miei peggiori incubi non riguardano la morte, ma la privazione della libertà, la vita dietro una graticola spessa, da cui non so come uscire. E’ in prigione che Liu Xiaobo ha ricevuto la notizia del premio Nobel che il comitato norvegese, in un impeto di lucidità, gli aveva assegnato qualche giorno prima. E’ stata la moglie a comunicargliela, poco prima di essere riaccompagnata a casa e posta agli arresti domiciliari: vedere nessuno, sentire nessuno, parlare con nessuno. Liu, reduce di Tiananmen, ispiratore e firmatario della Charta ’08, lo schiaffo liberale sul muso dell’autoritarismo cinese, in prigione dovrà starci 11 anni, se qualcuno non farà qualcosa prima. Pericoloso controrivoluzionario per il governo di Pechino, agitatore dell’ordine sociale, distruttore di quella società armoniosa che il regime pretende di vendere ai suoi sudditi e al mondo intero. Molti ci sono cascati, molti continueranno a cascarci, nonostante tutto. La reazione della dittatura è stata isterica, sorprendente nel suo squallore anche per chi poco si aspetta dai tecnocrati di Zhongnanhai: infamia, insulto, vergogna. Un “come osate” da far tremare le pareti della Città Proibita, che poi è la Cina tutta, nonostante l’inganno collettivo in cui è immersa. Si chiedeva qualche settimana fa Willy Lam su Foreign Policy se l’Impero di Mezzo avesse paura della sua gente. Il riferimento era alle proteste nazionaliste anti-giapponesi e alla possibilità che sfuggissero di mano. Ma la domanda potrebbe essere estesa all’intero rapporto fra governanti e governati in Cina e in ogni altra dittatura. In che misura i regimi autoritari temono le popolazioni che soggiogano? Credo che la risposta stia nel grado di minaccia, di violenza, di calunnia e di repressione che i sistemi illiberali esercitano con più o meno sistematicità sui loro cittadini. La paura che il tiranno pretende di suscitare è – non solo ma anche – il riflesso di un’insicurezza di fondo: è come se a qualche livello della loro pseudo-coscienza le dittature riconoscessero la loro illegittimità e si rendessero conto della loro precarietà. E’ significativo che una nazione apparentemente poderosa come la Cina tema a tal punto la pubblicazione di un documento che semplicemente rivendica il rispetto delle prerogative fondamentali dell’individuo (formalmente riconosciute anche nei documenti costituzionali del regime) da condannare a lunghe pene detentive uno dei suoi principali promotori e da tenere sotto costante sorveglianza i suoi firmatari. Ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi, parlando della censura su Internet o della persecuzione dei movimenti di opinione alternativi alla dottrina ufficiale del Partito. In genere le opinioni pubbliche democratiche (classi dirigenti o semplici cittadini) compiono due determinanti errori di valutazione nell’analisi dei regimi dittatoriali. Innanzitutto tendono a sopravvalutare il livello di consenso di cui i governi autoritari godono all’interno dei loro paesi: non c’è dubbio che un certo grado di tacita o espressa accettazione del loro ruolo sia presente tra la popolazione, altrimenti i meccanismi necessari alla continuità del potere non potrebbero funzionare. Ma ciò non significa che si possano applicare le categorie delle società democratiche ai sistemi illiberali, come invece si tende a fare. Il fatto che il cittadino non protesti o manifesti a favore non è un segnale di approvazione ma piuttosto la dimostrazione della misura in cui un potere illegittimo abbia la forza di imporsi. Il secondo errore riguarda la speranza di vita dei regimi: non sono servite svariate lezioni della storia a farci capire che un equilibrio fondato principalmente sulla repressione e sulla negazione delle libertà fondamentali è per sua natura estremamente instabile. Regimi che appaiono incrollabili la mattina, vengono sepolti dalle macerie la sera. Dittatori che chiamano a raccolta la popolazione per la battaglia decisiva contro il nemico, sono inghiottiti dalla loro stessa retorica poco tempo dopo, quasi senza accorgersene. Certo, non esiste una regola generale ma, proprio per il vizio di origine che caratterizza l’affermazione di un potere autoritario, ciò che sembra intoccabile ed eterno spesso si rivela soprendentemente fragile. E a volte basta una piccola spinta per far cadere il castello di carta.

(20 ottobre 2010)

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#comunismo  #Liu Xiaobo  #Cina  #Nobel 

E’ durato un lampo il Congresso del Partito dei Lavoratori a Pyongyang. Due giorni e tutti a casa, nello stesso ordine d’arrivo, delegato per delegato, in posa plastica per la foto ricordo. A proposito di foto, oggi ne è stata diffusa una che promette: secondo fonti sudcoreane quel ragazzo giovane che siede alla destra del padre, separato solo dal (suppongo) capo delle forze armate, sarebbe Kim Jong-un, che i pyongyangologi indicano come erede designato del Caro Leader, Kim Jong-il. Se a qualcosa è servito questo incontro, dopo decenni di mancate convocatorie, è proprio a dare visibilità al giovane rampollo dei Kim, le cui ultime immagini risalivano all’infanzia o alla pre-adolescenza. Una sorta di ballo delle debuttanti, senza musica e al maschile, una presentazione semi-ufficiale ai sudditi e all’opinione pubblica internazionale. Scrivo “semi” perché di ufficiale in verità non c’è molto: nessuno in Corea del Nord ha ancora annunciato che la terza generazione della famiglia regnante sulla naziona comunista sarà rappresentanta proprio da Kim Jong-un. Anche perché, teoricamente, la costituzione nordcoreana recita che il Leader lo sceglie il popolo e non importa che sia tutta una finzione. I rituali, per quanto vuoti, vanno rispettati. Ma, al di là delle forme, la sostanza sta negli equilibri di potere interni al regime, che la malattia di Kim Jong-il ha reso quanto mai instabili. Nessuna consacrazione quindi, solo segnali delle volontà successorie di un dittatore la cui parola sarà legge almeno fino alla sua morte. Dopo, si vedrà. Solo due giorni fa non si faceva nessuna menzione del terzogenito di Kim Jong-il nei documenti istituzionali o nei dispacci dell’agenzia di stampa statale. Poi, improvvisamente, la rivelazione: Kim Jong-un è stato promosso a generale dell’esercito (a quattro stelle),  a vice-presidente della Commissione Militare Centrale (uno degli organi politici più rilevanti del paese) e a membro del Comitato Centrale del Partito. Come ti può cambiare la vita da un giorno all’altro. Significa che la sua strada verso il trono è ormai spianata? Non necessariamente. Avverte Barbara Demick, autrice del bellissimo Nothing to envy:

And something that I have been hearing in China — I’m based in Beijing — is that, even in North Korea, there are some rules for legitimacy. Within the party, one needs to establish credibility and presence. So, I wouldn’t say he’s the successor. I would say he’s daddy’s favorite.

A dire il  vero il Caro Leader ha provveduto a blindare la scalata del figlio attribuendo ruoli militari di primo piano alla sorella Kim Kyong-hui e al cognato Jang Song-taek. Angeli custodi o guardiani della rivoluzione, che dir si voglia, sono la coppia più enigmatica nella mappa del potere in Corea del Nord. Un affare di famiglia, sembrerebbe. Ma nessuno può escludere che, in caso di una reggenza condivisa, i due possano rendersi protagonisti di iniziative individuali ai danni proprio di colui che sono stati chiamati a proteggere. Non sarebbe la prima volta nella storia delle dinastie regnanti, sebbene questa sia davvero peculiare. Chissà se Kim Jong-un si è reso conto della patata bollente che suo padre ha deciso di mettergli in mano. Con l’esercito come supremo garante della tenuta del sistema e la Cina come supporto esterno con chiara tendenza all’intromissione, il giovane Kim difficilmente potrà dormire sonni tranquilli da oggi in poi.

C’è tutto un mondo nelle foto pubblicate oggi dal quotidiano del Partito Rodong Sinmun e diffuse dal regime. Sono un salto nel tempo, uno spaccato di un’epoca che non esiste più, o meglio resiste solo a Pyongyang. Conviene osservarle bene queste immagini, tutte uguali: prima con una lente di ingrandimento, per guardare negli occhi il protagonista del giorno, la nuova icona della continuità del regime comunista; poi allontarsene guadualmente per scoprire il contesto nel quale sono state scattate, uno sguardo d’insieme sulla cupola di un regime genocida e armato.

Immagine ravvicinata. Dettaglio: Kim Jong-un a sinistra, il capo dell’esercito al centro, Kim Jong-il  a destra. Dietro, una prima fila di dignitari. E’ la foto che stamattina ha “bucato” le prime pagine dei giornali online.

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Immagine allargata. Dettaglio: dirigenti civili in abito scuro, compaiono sulla destra le élites militari in divisa, si vedono altre cariche dello stato (tra cui il presidente dell’Assemblea del Popolo) alla destra di Kim Jong-il. Sparse tra la folla, alcune presenze femminili. Al di sopra di tutti, il Presidente Eterno Kim Il-sung.

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Immagine a distanza. Dettaglio: i funzionari civili si fondono con i comandi militari, l’effetto cromatico produce un’onda, l’unione simboleggia la compenetrazione fra esercito e Partito. In prima fila sulla destra, riconoscibile per la divisa da generale, la sorella di Kim Jong-il, Kim Kyong-hui.

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Ma è questa la prospettiva più spettacolare. Ingrandimento stellare, gli apparatchik immortalati in tutta la loro solennità, li potete guardare negli occhi.

(30 settembre 2010)

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#comunismo  #Corea del Nord  #Pyongyang  #Kim Jong-il  #Kim Jong-un 

Prima di andare a letto ogni tanto provo a leggere qualcosa. Stavolta si tratta di un divertente libro scritto da un antropologo forense americano. Lui si chiamava William R. Maples e la sua opera Dead men do tell tales, ovvero anche i morti hanno un sacco di cose da raccontare. Il Dr. Maples era uno specialista dell’analisi del corpo umano, una volta reso oggetto di contemplazione da una morte violenta, e conosceva tutto dello scheletro e dei suoi segreti. Sembra di vederlo mentre faceva parlare le ossa, ricostruendo da un dettaglio le circostanze spesso sordide di una vita il più delle volte spezzata dalla crudeltà o dalla follia altrui. Il Dr. Maples non nascondeva certo la pena che provava per le vittime, un sentimento che doveva però mantenere in sordina se non voleva esserne sopraffatto. Capiterebbe lo stesso ad ognuno di noi, spero. Ma non celava nemmeno il fascino che su di lui esercitavano alcune volte i loro carnefici. La domanda ricorrente era: cosa succede nel cervello di un serial killer, di un assassino di bambini, di un macellaio delle membra umane? Anni fa mi imbattei in un altro curioso testo,  più o meno sullo stesso argomento: era Note di un anatomopatologo, di F. González Crussi, scienziato-scrittore anche lui. Di nuovo, la stessa passione nel descrivere ciò che per la maggior parte di noi sarebbe oggetto di repulsione: arti sezionati, crani scuoiati, organi interni esplosi. Eppure ne veniva fuori un quadro dai mille colori, si percepivano affetto e partecipazione sincera in quei racconti di una vita intera passata ad aprire cadaveri, a cercare di capire cosa c’era dietro l’apparente vacuità di un corpo inerme. Non so bene chi dicesse che il nemico bisognava amarlo un po’ per poterlo combattere. Paradossale ma vero. Anche quando i nemici sono Jack lo Squartatore o la violenza gratuita o l’idea criminale. Per combatterli non so, ma per capirli certamente bisogna farsi carico della loro esistenza, fino ad un certo grado di empatia, niente a che vedere con la giustificazione o la comprensione. Ricordo di aver provato un’emozione intensa mentre visitavo le stanze in cui aveva dormito Mao Tse-tung o le sale dove il Partito Comunista Cinese teneva le sue prime riunioni clandestine. Nemici dell’umanità. Di Robert Conquest qualcuno ha scritto che il suo lavoro di storico dell’Unione Sovietica era “odio ben documentato”. Ma sono sicuro che l’impagabile Conquest sarebbe più d’accordo con l’espressione che dà il titolo a questo post.

(27 settembre 2010)

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#scienza  #comunismo  #nemici